Domenica 24 Set 2017
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INTERVISTA A ANI CIAMPA TASHI

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Abbiamo proposto a Ciampa Tashi di rilasciarci una intervista, ha accettato immediatamente con la sua solita disponibilità, gentilezza e apertura di Cuore che dimostra con il suo sorriso e sguardo sereno.

Questo è il testo scaricato dalla registrazione. Grazie Tashi!

 


 

Chi è Ciampa Tashi?

Ciampa Tashi è, prima di tutto, una persona, poi una donna che ha deciso di intraprendere un percorso che ha come obiettivo l’essere felice. Dato che nelle precedenti esperienze di questa ricerca non ho tratto dei risultati soddisfacenti, ho compreso che dalle relazioni, dalle cose, dalle situazioni, dalle condizioni esterne non si può ottenere una felicità duratura, anzi possiamo dire che la felicità ottenuta da questi fattori esterni è provvisoria, pertanto non è qualcosa su cui fare affidamento.

L’unica cosa su cui fare affidamento è il proprio addestramento mentale che riesce a trasformare le vicissitudini della vita, le difficoltà e le situazioni, in qualcosa che è di beneficio, come fosse una medicina. Le medicine a volte sono piacevoli altre volte non lo sono, però l’obiettivo di una medicina è quella di curare, il significato della cura è quello di uscire da uno stato di malessere per arrivare ad uno stato di benessere, che è la salute, in questo caso si tratta della felicità. Quindi, la mia strada, il mio percorso, nasce nel momento in cui ho perso la fiducia verso i fattori esterni che arrivavano e ho cominciato a prendere fiducia nell’addestramento mentale chiaramente con l’aiuto di guide, studi e pratica che ho cominciato a fare da oltre 12 anni, partendo dalla meditazione.

 

Com’è strutturata la tua giornata?

La mia giornata inizia con la preghiera e la meditazione sin dalle prime ore del mattino, circa 4:30.

Vivo in un istituto che è un centro di studi buddhisti in Toscana, a Pomaia in provincia di Pisa e non avendo la possibilità di vivere in un monastero perché in Occidente non ci sono monasteri femminili della tradizione del buddhismo tibetano Ghelupa. Le scuole tibetane sono quattro, questa discende dalla scuola di Lama Tzong Khapa.

Quindi la mia giornata prevede sin dal mattino, dopo le varie cure del corpo, nel preparare l’altare, tutte le mattine. L’altare si prepara riempiendo sette ciotole contenenti offerte che sono: acqua da bere, acqua per lavarsi, fiori, incenso, una candela, acqua profumata e del cibo. Le offerte le preparo ogni mattina e le tolgo la sera.

Mi siedo davanti all’altare e faccio le mie preghiere che siano di beneficio per tutti gli esseri viventi. Poi passo alla meditazione della durata di circa 30-40 minuti, poi inizio gli esercizi di yoga: i Cinque Riti Tibetani e altre posture della durata di circa 20 minuti; continuo con altre preghiere fino ad arrivare alle otto. Alle otto faccio una colazione abbondante.

Dopo la colazione preparo le cose per la mattina; alle dieci salgo in sala meditazione dove ci sono le preghiere insieme ad altre monache e monaci oltre ai laici che prendono parte al percorso di studi che dura sette anni che si chiama Masters Program. Si tratta di un corso ispirato al programma di studio per i ghesce tibetani adottato dalle università monastiche in India , le stesse trasferitesi dal Tibet dopo l’invasione cinese.

Il programma prevede di studiare approfonditamente i testi della tradizione buddhista studiando i dettagli con le spiegazioni, attraverso l’aiuto fondamentale di un ghesce, cioè un Lama che è un professore: ghesce è colui che ha preso un dottorato in teologia buddhista e ha alle spalle ventidue anni di studio.

Alle 10:30 arriva il Maestro, sono presenti tutti gli allievi e i traduttori che traducono dal tibetano all’italiano e inglese.

Questo fino alle 12,30.

Il pomeriggio si studia ciò che è stato trattato al mattino o si memorizzano definizioni o parti del testo e alle 17:30 si ha l’incontro con il tutor con il quale si riprendono le parti difficili e le spiegazioni del testo che sono state fatte nella mattinata, si finisce alle 19:30.

Poi, insieme ai monaci, si fanno delle preghiere particolari fino alle 20, infine ognuno si ritira nel proprio alloggio. Generalmente non si cena, per rimanere leggeri la mattina dopo.

 

A tuo parere, cos’è che affligge l’uomo d’oggi?

L’insoddisfazione dovuta all’illusione che i fattori esterni possano essere fonte di felicità e di serenità, in realtà avviene tutto il contrario. Più si hanno desideri, più si ha difficoltà a realizzarli e più si è infelici. Oggi la società dei consumi ci dà l’illusione e ci mette di fronte ad una modalità che non funziona.

Non funziona perché pensiamo che comprando un nuovo smartphone, una nuova macchina, avendo una bella casa e una immagine bella del nostro corpo, e tutte queste cose, si possa essere in grado di ottenere la felicità, mentre invece non è così.  Questo comporta la delusione nel constatare che questa modalità non rende felici; pensando che si è sbagliato a scegliere la macchina, la persona, ecc…, si produce un circolo vizioso causato dal pensare che la felicità dipenda da questi fattori esterni.

 

Quando avviene il punto di svolta?

Quando si comprende che le cose stanno così e che questo metodo non funziona. È un risveglio, un disincanto, che ci mette nelle condizioni di dire: ”Non è così che avviene la felicità”. E allora ti rendi conto che è necessario cambiare il modo di ricercare la felicità. Questo proviene proprio dall’accettare che il metodo adottato sino ad ora non funziona, quindi cambi la ricetta, ma questo non avviene sempre, è un atto di coraggio e umiltà che si accendono attraverso l’onestà verso se stessi.

 

Quindi, per raggiungere la felicità, bisogna abbandonare tutto? Staccarsi da tutto?

Non è proprio così, perché questo deve essere una conseguenza. Un po' come quando nella nostra infanzia abbiamo lasciato i nostri giocattoli.

Quando verso i dieci, dodici anni, abbiamo lasciato i nostri giocattoli, inizialmente questi oggetti erano fonte della nostra gioia, del nostro divertimento ed eravamo attaccati ad essi, ma a un certo punto succede qualcosa, inizia un processo di cambiamento inconsapevole, avviene che spontaneamente si abbandonano quei giochi ed è stata solo la cura dei nostri genitori che ha fatto in modo che quei giocattoli siano stati messi via, regalati, venduti o buttati. Questo è stato il passo della nostra adultità, che è l’abbandono della fase infantile avvenuto spontaneamente, perché quei giocattoli non ci soddisfacevano più; non abbiamo pianto, non abbiamo sentito un senso di perdita, sono stati lasciati come quando un serpente lascia la sua pelle, ora ne ha una nuova; quindi non c’è rinuncia, non c’è rimpianto, ma c’è rinnovamento e cambiamento, è progresso verso il futuro.

Noi non possiamo decidere di lasciare gli attaccamenti, questo non avviene per un atto di volontà.

Lasciare i nostri attaccamenti e le nostre avversioni è il prodotto di una conseguenza che proviene dalla nostra crescita interiore. Ho visto persone che pensavano che dal lasciare i propri attaccamenti ne avrebbero avuto un vantaggio e della felicità, perché pensavano che questa liberazione avrebbe comportato la realizzazione della felicità che desideravano raggiungere, ma poi, qualche mese dopo, hanno rimpianto il passo fatto, proprio perché non era ancora pronta quella condizione di abbandono, quindi ne hanno sofferto.

L’abbandono dell’attaccamento, ad esempio l’abbandono all’attaccamento per i vestiti, non vuol dire andare in giro nudi; vuol dire non pensare più erroneamente che i vestiti siano la fonte della nostra felicità, questa è la realizzazione di una libertà interiore.

 

Hai accennato attaccamento ed avversione, ci spieghi meglio di cosa si tratta?

Ogni essere, umano, animale o altri esseri che noi non vediamo, hanno il segreto della mente. Questo significa che in ogni essere dimorano due desideri congiunti: il desiderio di essere felici e il desiderio di non provare sofferenza. Questo è presente in tutti gli esseri; dall’inizio della giornata noi produciamo azioni che hanno come obiettivo quello di realizzare questi due desideri. Pertanto, nel momento in cui adottiamo la felicità come obiettivo, pensiamo che questo provenga da qualcosa, quindi succede che rimaniamo attaccati ad oggetti (persone, situazioni) pensando che ci possano dare la felicità ed adottiamo l’avversione perché pensiamo che essa ci possa difendere dalla sofferenza, in realtà questi due fattori mentali sono illusori e fallimentari perché non realizzano il desiderio di essere felici e di non sperimentare la sofferenza, ottengono il risultato opposto.

L’attaccamento, lo dice la parola stessa, è una catena, è una prigione, è una mancanza di libertà.

Attaccamento e avversione sono due facce della stessa medaglia: se ho attaccamento, per esempio, a stare in casa, a vedere la televisione o a leggere un libro, a non sentire le persone e chiudermi in questa quiete dove non ci sono problemi con nessuno; contemporaneamente, dall’altra parte della medaglia, sorge l’avversione a uscire, ad incontrare persone e a fare delle attività con la paura di soffrire. In questo modo creiamo la nostra prigione.

Quindi, l’attaccamento e l’avversione provengono da un’unica matrice, l’ignoranza, che non è una mancanza di conoscenza, ma è ignorare come sono le cose. Attraverso questa ignoranza che identifica il nostro io, il nostro ego, adottiamo attaccamento e avversione con la speranza di essere felici e non sperimentare la sofferenza. Questo meccanismo, se non si realizza il disincanto, perdura fino alla morte, solo in quel momento saremo liberi sia dall’attaccamento che dall’avversione, perché abbandoneremo il nostro corpo e con esso la concezione dell’io.

 

Quale messaggio vorresti fosse colto dalle persone che leggeranno questa intervista?

Il mio desiderio è che le persone comprendano che abbiamo bisogno di svegliarci da questo torpore e da questa illusione, in quanto non è questo modo di vivere che ci condurrà alla serenità.

Svolgo varie attività, oltre allo studio, vado nelle carceri a Livorno una volta a settimana per due ore per tenere un incontro di meditazione con i detenuti. Mi sposto in diverse città, dove vengo invitata, e vado a Livorno in due centri per svolgere meditazioni, proprio per insegnare alle persone a gestire la propria mente. Il mio desiderio è che le persone si sveglino dalla illusione e comincino a capire che questa vita non dura così tanto come si pensa e che ogni secondo che passa perdiamo l’occasione, se non facciamo qualcosa, per essere felici; perché questo problema (ndr: l’illusione) lo abbiamo in questa vita, lo avremo nelle prossime, fintanto che non cambieremo il modo di vedere le cose.

Nel momento della morte, l’unica cosa che sarà mantenuta è il nostro percorso mentale, tutto il resto verrà perso inevitabilmente, non esistono casse funebri con il portabagagli e neppure carte di credito valide nella vita futura.


In questo periodo, come in altri d’altronde, l’umanità sta vivendo momenti di paura collettiva. Ci puoi dire qualcosa in merito alla paura?

Nella nostra filosofia vengono abbandonate quelle che sono la paura e la speranza.

La paura di sperimentare la sofferenza e di essere in difficoltà è qualcosa che è attinente al passato, perché abbiamo fatto l’esperienza della sofferenza e non vorremmo più ritrovarla.

Nel frattempo la speranza è qualcosa che attiene al futuro, cioè al desiderio che qualcosa che ci interessa e che ci piace si possa realizzare di nuovo, ma il futuro ancora non esiste.

Pertanto, la paura attiene al passato, la speranza al futuro.

Il passato non c’è più, quindi non esiste.

Il futuro non esiste perché deve ancora venire.

L’unica cosa che esiste è questo momento; è quello che sto programmando nel presente che darà risultati nel futuro. Quindi nel buddhismo causa/effetto (Detto anche: sorgere dipendente) è la base di qualsiasi cosa e il presente è l’unico momento per praticare il metodo. Paura e speranza vengono abbandonati perché non esistono e, come diceva Einstein, la vera follia è fare la stessa azione sperando di ottenere un risultato diverso. La stessa azione darà sempre lo stesso risultato, sperare in un qualcosa di diverso è utopia. Le persone praticano l’attaccamento perché non sono fiduciosi verso la propria pratica e quindi sperano che accada qualcosa dall’esterno per farle uscire dallo stato di sofferenza.

La paura della sofferenza deve essere abbandonata perché in questa vita sperimenteremo comunque la sofferenza in quanto abbiamo un corpo, esso porta in sè la natura della sofferenza, sperimenteremo inevitabilmente malattie, disagi, invecchiamento e così via, questo cesserà solo al momento della morte.

Mentre la speranza è attinente al desiderio di realizzare in futuro la felicità, ma in questo momento il futuro non esiste, quindi sorgono soltanto aspettative illusorie; anch'esse sono sofferenza, perché difficilmente si realizzeranno così come le desideriamo ora.

L’unica cosa che porta un vero beneficio è l’addestramento della mente, ovvero l’essere in grado di trasformare le avversità quotidiane, così come il letame diventa concime.


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