Venerdì 17 Nov 2017
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La comunicazione non verbale

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Oltre le Parole

Quando interagiamo coi nostri simili in genere siamo consapevoli solo dell’aspetto fenomenico del rapporto, di ciò che appare in superficie e del significato che la comunicazione verbale ci trasmette.

Ma altri scambi avvengono a livelli più sottili, scambi importanti che rimangono sotto la soglia della coscienza vigile, ma che comunque influenzano il nostro modo di prelevare ed immettere nello spazio dei significati che autonomamente portano informazioni.

Mentre la comunicazione verbale per essere compresa deve essere prima appresa a livelli cognitivi la comunicazione non verbale non ha bisogno della consapevolezza perché è dentro di noi, tutti la utilizzano in modo automatico senza prestare tanta importanza a ciò che passa attraverso questo canale privilegiato e universale.

Proviamo ad analizzare i diversi percorsi del nostro “agire comunicativo” che sono destinati ad influenzare i rapporti che instauriamo, volontariamente o involontariamente, sia a livello conscio che inconscio, dal momento in cui veniamo a contatto con l’altro.

Per comunicare nei rapporti esistono due modalità:

la comunicazione verbale riguardante il significato letterale delle parole e la comunicazione non verbale che riguarda il linguaggio segreto del comportamento, ossia i messaggi che nascono spontaneamente dalle strutture più profonde della personalità.

Se con le parole informiamo l’altro di ciò che sappiamo, con il corpo lo informiamo di come siamo e di come ci sentiamo nella relazione.

L’efficacia della comunicazione dipende solo in minima parte dall’aspetto verbale, uno studio di riferimento del 1972 valuta che incida solamente per  un 7%.

Il restante 93 % passa attraverso la trasmissione di segnali corporei e vocali.

Il corpo, infatti “significa” suo malgrado: se parlo a vuoto segnalo il mio vuoto, se parlo confuso segnalo le mie confusioni, se cammino pigramente segnalo la mia pigrizia, se cerco di nascondermi allo sguardo dell’altro segnalo la mia vergogna.

Tutti noi abbiamo la capacità innata di codifica e decodifica dei segnali non verbali, ma lo facciamo spesso in modo automatico e soprattutto inconsapevole.

Acquisire una buona competenza relazionale significa recepire e trasmettere segnali non verbali in modo consapevole attraverso la conoscenza del proprio stile relazionale al fine di ridurre al minimo i possibili disturbi nell’interazione di un rapporto.

Per approfondire la materia possiamo suddividere la comunicazione non verbale in quattro componenti da analizzare nei suoi aspetti:

Sistema  paralinguistico: detto anche sistema vocale non verbale o paraverbale indica l’insieme dei suoni emessi nella comunicazione indipendentemente dal significato delle parole. E’ caratterizzato dall’aspetto:

TONO

Il tono si riferisce alla maggiore o minore altezza del suono: grave o acuto.
Si tenderà ad usare un tono più grave nelle situazioni in cui si vuole dare importanza alle parole pronunciate, mentre si tenderà ad esprimersi con un tono più acuto della voce in situazioni giocose.

Nei disturbi di comportamento si possono distinguere:
Toni acuti lamentosi ed imploranti tipici di persone immature e nevrotiche
Toni piatti monocordi e deboli riscontrabili in persone depresse e dipendenti
Toni vuoti cavernosi di persone affaticate e apatiche
Toni robusti incisivi tipici di persone estroverse con atteggiamenti dominanti.

FREQUENZA

E’ fisiologicamente dovuta alla pressione ipolaringea e alla forza espiratoria.
Alzare il volume della voce può rappresentare un segnale di dominanza o di rabbia, un desiderio di imporci nello spazio sonoro del nostro interlocutore, oppure il tentativo di far valere con fermezza la nostra presenza.

Un volume ostentatamente basso può invece essere segnale di insicurezza, infelicità, depressione, sottomissione; non ci si espone nella speranza di poter nascondere agli altri la vergogna che si prova di sé.

RITMO

Il ritmo, ossia l’alternanza tra pause e parole, tra toni e volumi alti e bassi, tra momenti del discorso rapido o rallentato, ci offre molteplici segnali sullo stato emotivo dell’interlocutore.

Parlate troppo in fretta può segnalare timore di esporsi o di competere, altre volte agitazione o nervosismo.
Parlare molto lentamente può esprimere lentezza ideativa o tentativo di sfuggire ad una situazione di imposizione.
Le pause possono rappresentare segnale di imbarazzo oppure l’offerta all’altro dell’opportunità di parlare.
Alcuni sospirano costantemente, tossicchiano, ripetono espressioni, senza accorgersene rivelano forme di sofferenza psicologica di cui non hanno ancora individuato le cause.

SILENZIO

Paradossalmente il silenzio rappresenta una forma di comunicazione, anche quando non vi è consapevolezza dell’intento di comunicare.

Il silenzio ha significati pluri-voci: può indicare rispetto, accettazione, attesa stimolante che l’altro parli, desiderio di ascolto, oppure può segnalare dubbio, paura, minaccia, ostilità, disapprovazione.

Con il silenzio possiamo aprirci all’altro o negarlo nella sua esistenza.

Questo per dire che ogni comportamento non può essere interpretato al di fuori del contesto in cui si verifica, ossia al di fuori di quell’insieme di regole implicite che emergono dalla situazione interattiva che si viene a stabilire nel rapporto.

Come individuare le emozioni dalla voce:

PAURA: la voce è strozzata, acuta e tesa. Il modo di parlare è affrettato, le frasi sono frequentemente spezzate a metà, molti gli errori di sintassi e pronuncia.

COLLERA: la tonalità è secca, la voce risulta quasi gridata.

DISPREZZO E DISGUSTO: la voce è incolore ed uniforme, a volte di tipo nasale.

FELICITA’: il tono è acuto, la voce aperta, corposa e molto modulata, passa facilmente da toni bassi a toni alti. Il modo di parlare è serrato e veloce.

TRISTEZZA: il tono è basso, l’articolazione molto lenta con lunghi momenti di silenzio. A volte la voce si riduce ad una sorta di bisbiglio.

Il sistema  cinestesico: comprende tutti gli atti comunicativi espressi dal movimento del corpo. Primo fra tutti il volto riflette con precisione la nostra esperienza soggettiva; la mimica facciale è il canale privilegiato e più diretto per l’espressione dell’emozione.

La gestualità sottolinea e rafforza, ma può fornire anche una chiave difforme rispetto al significato del messaggio verbale.

Il tono muscolare e gli atteggiamenti posturali ci danno indicazioni spesso precise delle problematiche psicologiche che si scaricano sul piano fisico. E’ detto che:

Ci sono gesti che rendono più convincente un discorso di quanto possano farlo le parole, gesti che attirano l’attenzione, altri che allontanano, gesti che trasmettono fiducia e altri che incutono paura e diffidenza.

La gestualità delle mani, a secondo dell’orientamento spaziale, della velocità e dell’altezza danno valenza al discorso; l’indice teso o la mano ad artiglio indicano dominio e ostiltà, mentre le mani col palmo rivolto verso l’alto segnalano un bisogno di conciliazione, mani guinte o intrecciate possono indicare bisogno di sicurezza e di protezione mentre le mani a tagliere segnalano insofferenza.

Gesti di autocontatto, come accarezzarsi i capelli o strofinarsi le orecchie indicano un momento di solitudine, di difficoltà e disagio, mentre gestualità ampie e irriverenti possono essere indicatori di boriosità e millanteria.

FRONTE e OCCHI - La fronte con le sopracciglia e le sue rughe è sede di movimenti difficili da falsificare.

Le sopracilia per esempio forniscono un commento continuo e puntuale se inarcate o completamente abbassate.

La simmetria dell’espressione, il tipo di muscoli messi in movimento e la durata dei movimenti sono indicatori precisi per ravvisare la spontaneità o la finzione del volto.

E’ interessante sapere che l’espressione simulata coinvolge di più i muscoli della parte sinistra del volto e che dura un tempo maggiore rispetto a quella spontanea.

Gli occhi sono finestre sia sul mondo che sull’anima, infatti la maggior parte dei sentimenti possono essere immediatamente identificati osservando uno sguardo.

In psicologia l’occhio è legato alla consapevolezza, non a caso la visione divina è legata all’occhio frontale chiamato correttamente “terzo occhio”.

Chi si sente colpevole si sente anche guardato da questo occhio divino che non è altro che il proprio giudizio sotto il simbolo di questo occhio.

Infatti l’esperienza di venire guardati, mentre in alcuni casi ha valore di ricompensa, in altri può diventare fonte di ansia e vergogna.

BOCCA e ORECCHIE - La bocca, organo con cui si riceve e si espelle lasciando entrare ed uscire messaggi introietta e libera espressioni:

un desiderio acuto di conoscere, capire, comunicare si accompagna sovente all’atto di aprire parzialmente la bocca, ma se siamo ostili e collerici le labbra vengono risucchiate all’interno e si rimpiccioliscono.

Il sorriso poi è di grande efficacia nell’annullare la minaccia competitiva. Ma c’è un sorriso di circostanza statico e che permane per un tempo maggiore rispetto a quello spontaneo che mette in moto solo i muscoli della bocca e non quelli attorno agli occhi.

Per quanto riguarda le orecchie invece si dice che hanno come vocazione fondamentale quella di assicurare la verticalizzazione dell’uomo per portarlo dalla molteplicità incompiuta all’unità. Un uomo cresce dentro la gamma di suono che percepisce, per questo egli parla nella misura in cui ascolta.

Saper ascoltare con orecchio attento a percepire le vibrazioni che emanano dal nostro corpo ci mette nella condizione di entrare in risonanza con la frequenza vibratoria dell’altro così da sperimentare la vera empatia.

Nel disegno del viso è presente un unico progetto dotato di un dinamismo potente, è descritto il matrimonio delle due polarità maschile e femminile. Se osserviamo la parte superiore del viso possiamo intravedere gli organi genitali dell’uomo (il naso corrisponde al pene e gli occhi ai testicoli) la parte inferiore del viso invece ricorda gli organi genitali della donna (le trombe di Eustachio collegano le orecchie alla bocca, così come a livello genitale le trombe di Falloppio collegano le ovaie all’utero).

Si ipotizza che la bocca sia l’indicatore più importante per la felicità ed il disgusto, la fronte per la sorpresa, gli occhi per la paura e per la tristezza, mentre la rabbia ha bisogno di una integrazione fra tutte le parti del viso.

Le mani sono il simbolo della conoscenza, osservando il modo e la collocazione in cui le persone gesticolano con le mani possiamo avere buone indicazioni sull’atteggiamento comunicativo.

Si possono identificare delle AREE SPAZIALI specifiche in cui vengono portate le mani durante la comunicazione:

TESTA – persone che stanno ragionando mentalmente in maniera visiva portano le mani nella zona della testa;

PETTO – dove si trova l’IO, persone che ragionano in maniera uditiva portano le mani nella zona centrale del corpo

VENTRE – persone che riflettono un certo atteggiamento più profondo, legato alle emozioni tengono le braccia e le mani all’altezza dell’addome.

Esiste poi un tipo MISTO che ha maggiore flessibilità di azione e movimento che corrisponde alla posizione PIEDI.

Si dice infatti che i piedi contengono la totalità delle energie da realizzare, in esso sono riflessi tutti gli organi del corpo, la loro forma che ricorda un seme (forma di ciò che è l’uomo al suo punto di partenza, in tutta la sua potenzialità) rappresenta una mappa interpretativa importante.

Chi ha provato la tecnica della riflessologia plantare infatti sostiene di trarre un beneficio riequilibrante sull’intero corpo.

La postura , il fatto di tenersi più o meno dritto, è un ottimo indice del senso di valore e d’equilibrio interiore di un individuo, ma il significato reale di ogni postura può essere cercato solo attraverso la contestualizzazione e l’analisi combinata dei diversi segni del linguaggio corporeo.

Per esempio della posizione eretta si può valutare la stabilità del corpo, la posizione aperta o chiusa, la ricerca o meno di un sostegno, la tranquillità o l’irrequietezza del corpo.

Della posizione seduta si può valutare l’atteggiamento di fuga se la collocazione è in punta di sedia o la completa rilassatezza se il peso del corpo e spostato all’indietro.

L’aspetto prossemico della comunicazione analizza i messaggi inviati con l’occupazione dello spazio.

Il modo in cui le persone tendono a disporsi in una determinata situazione è in realtà codificato da regole ben precise ed è utile per distinguere fra introversi ed estroversi.

La donna in genere preferisce l’avvicinamento prossemico da davanti, seguito da un affiancamento mentre l’uomo preferisce la posizione diagonale.

La zona intima è un’area dai confini invisibili che circonda il corpo di ognuno, è la più prossima, la seconda pelle nella quale avvengono fenomeni emozionali di abbandono, tenerezza, affetto, protezione, tant’è che in essa possono accedere soltanto coloro con i quali si è stabilito un rapporto di intima fiducia.

E’ pertanto importante non violare mai la zona intima di un’altra persona ad eccezione che non vi sia stato un preventivo consenso.

L’ampiezza di questa zona varia a seconda del tipo di relazione ma anche a seconda dello stato d’animo in cui ci troviamo. Quando più ci sentiamo sicuri tanto meno temiamo l’aggressione altrui.

Lo spazio personale non è uguale per tutti gli individui, i fattori che influenzano la percezione dello spazio sono:

- Le caratteristiche di personalità (gli estroversi sono più disponibili ad avvicinare l’altro)

- La posizione sociale

- Lo stato d’animo (se siamo tesi e nervosi non sopportiamo intrusioni del nostro spazio)

Se in un giardino pubblico ci sediamo al centro di una panchina, magari allargando le braccia, segnaliamo così che non desideriamo che altri si siedano, mentre se ci sediamo di lato lasciamo posto ad altri.

Se variamo continuamente la distanza tra noi e l’altro dimostriamo incertezza circa il tipo di relazione che intendiamo stabilire

Interponendo oggetti fra noi e gli altri stabiliamo dei confini, segnaliamo una sorta di invasione di campo

Nella zona sociale si svolgono gli incontri di tipo formale come un incontro di affari, una riunione di condominio, ecc

Consideriamo per esempio un gruppo di lavoro seduto attorno ad un tavolo.

La posizione d’angolo è scelta da persone che intendono stabilire un clima di cordialità

La posizione frontale può invece stabilire un’atmosfera più competitiva in quanto il tavolo crea una solida barriera

La posizione distaccata può indicare disinteresse, riservatezza e soggezione ma anche rispetto per l’altro e volontà di non disturbarsi a vicenda

La posizione di fianco è strategica per concludete trattative perché implica un ruolo paritario.

La zona pubblica è quella delle occasioni ufficiali e non implica necessariamente uno scambio attivo, infatti è spesso regolata da precisi protocolli.

Chi parla in pubblico non intende stabilire un rapporto di coinvolgimento personale ma semmai un rapporto di gruppo con l’insieme di persone.

Esiste una forte asimmetria in questi contesti ma la zona pubblica come quella personale, sociale e intima va sempre rispettata, fatto salvo che non si stabilisca un diverso livello di coinvolgimento reciproco.

L’APTICA è un campo nel quale si vive il contatto fisico: la stretta di mano, il bacio sulle guance, una pacca sulle spalle, un abbraccio….

E’ la prima forma di comunicazione  susseguente la nascita ed è soprattutto dai primi mesi di vita che si costruisce il modello col quale viviamo il contatto corporeo con noi stessi e con gli altri.

E’ importante sempre verificare la risposta che si genera nell’altra persona attraverso la percezione tattile; se la risposta è rilassata vuol dire che la nostra vicinanza è gradita, se invece c’è rigidità il contatto risulta sgradevole.

Le azioni di un soggetto osservato sono sempre influenzate dall’osservatore, il quale a sua volta, nel suo osservare, è influenzato dal soggetto osservato.

Quindi osservare l’altro comporta il fatto di osservare le sue reazioni in relazione alle mie e le mie reazioni in relazione alle sue azioni.

Osservando l’altro mi osservo e viceversa, quindi vado verso due direzioni fondamentali di ascolto: l’ascolto dell’altro e l’ascolto di sé in un sistema aperto che richiede una disposizione soggettiva al rapporto empatico.

Allorchè ci poniamo in un rapporto empatico con l’altro, la sua conoscenza passa anche attraverso la conoscenza di noi stessi, delle nostre sensazioni ed emozioni, della nostra comunicazione interpersonale. Chi non sa rendersi conto dei segnali del proprio linguaggio corporeo è molto provabile che non sia in grado di registrare con precisione i segnali altrui.

L’ascolto è attivo quando mente e cuore collaborano in un processo che richiede disponibilità affettiva, volontà, concentrazione, impegno, cultura ed equilibrio, ma soprattutto riconoscimento dell’altro in quanto tale, del suo essere diverso da me nella propria unicità.

L’ascolto attivo autentico presuppone anche un determinato atteggiamento corporeo

E’ il corpo a rendere veritiero il nostro ascolto.

La nostra disponibilità ad incontrare l’altro si rende visibile in un abbraccio simbolico dove gesti, posture, mimica, indicano un atteggiamento di accogliente accettazione e sono congruenti con quanto dichiariamo.

Ascoltare quindi comporta anche mantenere un “discreto” contatto oculare, una postura avvolgente ma non invadente, un’espressione facciale armonizzata con le emozioni dell’altro, una voce udibile, né troppo alta e né troppo bassa, che comunica energia ma non sopraffazione.

Mettersi faccia a faccia, porsi all’altezza dell’altro, inclinarsi verso di lui, sono modi molto evidenti per dirgli <tutta la mia attenzione in questo momento è per te>

Dare attenzione fisica è già un buon presupposto per ascoltare, ma non dimentichiamo senza forzare e senza essere artificiosi.

L’autenticità non coincide con la spontaneità irriflessiva; la persona autentica non è colui che dice tutto ciò che pensa a costo di ferire l’altro, ma è colui che pensa ciò che dice e per questo modula il suo dire tenendo conto dei bisogni del suo interlocutore.

Quando percorriamo la via dell’ascolto quasi sicuramente incontriamo la via del cambiamento e della trasformazione.

Questa via presuppone di ricontattare la nostra vita emozionale e per fare ciò occorre che attraversiamo e sperimentiamo i nostri vissuti anche attraverso la mediazione del corpo.

La via del cambiamento attraverso il corpo prevede i seguenti passaggi:

- svelare la nostra maschera

- contattare l’emozione negativa

- riemergere dall’emozione negativa con nuove convinzioni

- ridare accesso alle emozioni positive

Il cambiamento non si attua nel divieto, ma con un salto verso nuove possibilità (posso compiere questo salto se sto saldo in me stesso).

Tali nuove possibilità risiedono anche nella libertà di autentica espressione.

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